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A Potenza nasce la Fondazione degli Architetti

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Il primo ente di Potenza dedicato alla cultura architettonica si presenta con un Consiglio di Amministrazione cucito sulla geografia lucana. Il presidente Gerardo Antonio Leon: “131 comuni, in gran parte aree interne. Saremo una Fondazione di prossimità, modello esportabile per tutto l’Appennino”
Potenza, 27.05.2026. Una Fondazione che non vuole imitare, ma esportare un modello. Si è presentata così, lo scorso 22 maggio nella sala Costabile, la Fondazione Architetti Potenza, primo ente del capoluogo lucano dedicato esclusivamente alla cultura architettonica e alla rigenerazione del territorio. Sala piena, presenza istituzionale di rilievo e una linea politica netta: niente trapianti acritici di format metropolitani, sì all’ingresso nella rete nazionale delle oltre venti Fondazioni di architetti, ma da contributori e non da consumatori. Al centro del progetto, un Consiglio di Amministrazione che è esso stesso un manifesto: cinque architetti, cinque aree della Basilicata.
Il CdA: cinque architetti, cinque territori
• Arch. Gerardo Antonio Leon – Presidente – Val d’Agri, Sauro, Camastra
• Arch. Agnese Ricigliano – Vicepresidente – Vulture
• Arch. Alfredo Parisi – Segretario – Potenza
• Arch. Gaetano Iannini – Tesoriere – Area lagonegrese
• Arch. Angelo La Banca – Consigliere – Alto Sinni, Pollino
I saluti istituzionali
A portare il saluto dell’Ordine è stato il presidente arch. Gerardo Sassano, che ha aperto i lavori sottolineando il valore della nascita della Fondazione come strumento culturale autonomo della comunità professionale lucana.
Particolarmente sentito anche l’intervento dell’arch. Luciano Mastroberti, primo presidente dell’Ordine degli Architetti P.P.C. della provincia di Potenza, accolto da un lungo applauso. “Vedere oggi nascere questa Fondazione è motivo di profonda emozione. Quando, anni fa, iniziammo a costruire l’Ordine, immaginavamo già che la nostra comunità professionale avrebbe avuto bisogno di uno spazio culturale stabile, capace di parlare al territorio e di rappresentarne le specificità. Oggi quel passaggio si compie. Auguro al presidente Leon e a tutto il Consiglio di Amministrazione di portare avanti questa istituzione con la stessa passione con cui è nata, perché la Basilicata ha bisogno di luoghi come questo”, ha dichiarato Mastroberti.

L’intervista al presidente Gerardo Antonio Leon
Presidente Leon, come è andata? “Oltre le nostre aspettative. La sala era piena e il territorio ci ha detto, con la sua sola presenza, che aspettava uno spazio così. Ringrazio il presidente dell’Ordine Gerardo Sassano per l’apertura dei lavori e l’arch. Luciano Mastroberti, primo presidente dell’Ordine, per le parole con cui ha voluto onorare questa nascita. Dopo un anno di attesa, vedere la Fondazione accolta come una risposta utile e non come l’ennesima sigla è una soddisfazione doppia.”
Partiamo dal Consiglio di Amministrazione. La composizione è una scelta politica precisa? “È il vero messaggio della Fondazione. Cinque architetti, cinque aree della Basilicata. È una mappa, non un elenco. Ogni componente porta dentro l’ente una porzione di regione, con le sue specificità, le sue fragilità, le sue risorse. Non poteva nascere altrimenti.”
Perché questa distribuzione geografica era così importante? “Perché la Basilicata non è Potenza più qualche paese intorno. È un mosaico di 131 comuni, in gran parte aree interne, alcune con perdite demografiche che arrivano a un quarto della popolazione. Un ente che parlasse solo dal capoluogo sarebbe stato sordo, poco credibile, poco veritiero, già in partenza. La composizione del CdA garantisce che dentro le nostre decisioni ci siano sempre la voce del lagonegrese, del Sinni-Pollino, del Vulture, della Val d’Agri e del Potentino. Non per equilibrismi, ma per metodo di lavoro.”
“Un ente che parlasse solo dal capoluogo sarebbe stato sordo, poco credibile, poco veritiero, già in partenza”
Nel dibattito pubblico è emersa una critica forte: importare a Potenza un modello pensato per Milano, Torino o Firenze rischia di essere inadatto a un territorio fragile come il nostro. Cosa risponde? “La critica coglie un pericolo reale, ma sbaglia diagnosi. Il pericolo non è la rete, è l’imitazione passiva. Guardiamo a Milano, Torino, Firenze, Genova, Napoli perché producono cultura del progetto da vent’anni e hanno costruito strumenti utili: piattaforme come Concorrimi per i concorsi trasparenti, progetti educativi nelle scuole, battaglie nazionali sull’equo compenso. Sono cose che a noi servono e che da soli ci costerebbero anni. Ma non vogliamo essere la ventunesima copia di un modello metropolitano. Vogliamo essere una Fondazione di prossimità, e il CdA distribuito sui territori serve esattamente a questo.”
Quindi la rete nazionale è risorsa, non gabbia? “È risorsa a una condizione: che entriamo come contributori, non come consumatori. La Basilicata può portare in quella rete qualcosa che le grandi città non hanno: la conoscenza diretta delle aree interne, dei paesi che si svuotano, dei paesaggi appenninici. Se ci limitiamo a importare iniziative pensate per i neolaureati di una metropoli, alcune diventano inutili per il professionista che deve restaurare un casale in pietra in un paese quasi abbandonato. Se invece sappiamo proporre il nostro punto di vista, la rete diventa cassa di risonanza.”
La priorità assoluta, per molti osservatori, dovrebbe essere lo spopolamento. È così anche per voi? “Lo spopolamento è il contesto dentro cui tutto si gioca, non un tema tra gli altri. Le nostre attività, formazione compresa, hanno senso nella misura in cui contrastano l’erosione delle comunità: trattengono i giovani professionisti, rigenerano gli spazi pubblici, restituiscono qualità ai paesi. Ma agire sullo spopolamento non significa fare solo emergenza. Significa anche costruire le competenze e la consapevolezza collettiva che permettono al territorio di reagire.”
A proposito di formazione: corsi standard o formazione “d’emergenza” sul campo? “Tutte e due, in proporzioni diverse. La formazione accreditata è dovuta per legge ai colleghi e va organizzata in loco, per non costringerli a spostarsi continuamente fuori regione. Ma accanto a questo lavoreremo su workshop pratici, itineranti nei paesi, dove professionisti, amministratori e studenti affrontano problemi reali: un edificio pubblico abbandonato, un centro storico da rivitalizzare, servizi da ripensare per una comunità che invecchia. Lì la formazione produce impatto immediato e smette di essere un adempimento per diventare una politica territoriale.”
Voi parlate spesso di paesaggio come categoria culturale, non solo estetica. “Richiamando la lezione di Emilio Sereni, il paesaggio va letto come forma storica del rapporto tra comunità, lavoro e territorio: non semplice scenario, ma espressione concreta dell’identità collettiva. Da questa prospettiva l’architettura non è solo costruzione di spazi, è interpretazione dei territori, tutela delle identità comunitarie e risposta concreta alle trasformazioni imposte dalla crisi climatica. La Basilicata ha bisogno proprio di questo: di smettere di subire il paesaggio e tornare a progettarlo.”
“La Basilicata ha bisogno di smettere di subire il paesaggio e tornare a progettarlo”
L’Osservatorio del Paesaggio Lucano, in questa visione, diventa centrale. “L’Osservatorio è una struttura permanente, non un convegno. Mappa le emergenze paesaggistiche, propone linee guida, stimola progetti di progettazione partecipata insieme alle comunità locali. È lo strumento più coerente con l’idea di Fondazione di prossimità: lavora sulla struttura del territorio, non sull’evento che lo illumina per un istante. E qui la composizione territoriale del CdA è decisiva, perché ogni area porta in Osservatorio le proprie criticità reali.”
E il Festival dell’Architettura? C’è chi teme che diventi una “cattedrale nel deserto”, un grande evento centralizzato lontano dalle comunità. “È una preoccupazione legittima e la prendiamo sul serio. Il Festival non sarà un weekend mediatico che si accende e si spegne. Sarà un’iniziativa diffusa, con appuntamenti nei territori e non solo nel capoluogo. Servirà ad accendere i riflettori nazionali sulla Basilicata, sì, ma a partire dai luoghi reali. L’esempio di Matera ci ha insegnato che la cultura è un investimento ad alto ritorno, a patto di non trasformarla in vetrina.”
Qual è l’ambizione di lungo periodo della Fondazione? “Diventare un modello esportabile per le aree interne d’Italia. Lo spopolamento dell’Appennino, dall’Abruzzo alla Calabria, è un problema nazionale, non solo lucano. Se a Potenza riusciamo a costruire un metodo di lavoro per i territori fragili, fatto di prossimità, formazione sul campo, osservatorio permanente, rete di comunità, allora non staremo solo aiutando la Basilicata. Staremo offrendo al Paese un manuale d’azione. Questa è un’ambizione molto più seria che copiare bene un festival altrui.”
“Vogliamo offrire al Paese un manuale d’azione per le aree fragili. Questa è un’ambizione più seria che copiare bene un festival altrui”
Un messaggio per chiudere. “La casa comune dell’architettura in Basilicata adesso è aperta: ha una sede, un CdA radicato in ogni area della regione, un programma e una comunità che la riconosce. Da oggi non parliamo più di un progetto che nasce, parliamo di un ente che lavora. Il resto lo dimostreremo con i fatti, paese dopo paese.”

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